Cuore Vi parla di SALARIO MINIMO argomento in discussione in questi giorni.
Ci sarà mai un salario minimo in Italia? Nell’Unione Europea, in 21 dei 27 Stati membri è stato già introdotto il salario minimo mentre nel nostro Paese si discute dell’introduzione di una soglia stipendiale, ma a partire da settembre 2023.
Inizialmente, la Premier Giorgia Meloni aveva annunciato il suo “no” alla paga minima in Italia, ma sembra aver cambiato idea e sarebbe pronta a discutere in Parlamento del salario minimo a settembre. Oltre all’Italia, gli altri i Paesi dell’UE in cui non c’è il salario minimo sono Danimarca, Cipro, Austria, Finlandia e Svezia.
Scopriamo insieme qual è l’attuale situazione italiana al salario minimo in Italia, un intervento che interesserebbe almeno 4 milioni di lavoratori in difficoltà.
COS’È IL SALARIO MINIMO
Il salario minimo è la retribuzione di base per i lavoratori di differenti categorie, stabilita per legge, in un determinato arco di tempo. Non può essere in alcun modo ridotta da accordi collettivi o da contratti privati. È in sostanza, una “soglia limite” di salario sotto la quale il datore di lavoro non può scendere. Si parla da diversi anni in Italia della scelta di affidare il compito di determinare il livello minimo di salario alla legge e non solo alla contrattazione collettiva, così come avviene oggi. Ma, nonostante vi siano numerose proposte di disciplina del salario minimo, per ora, nessuna è stata approvata né ha trovato l’accordo tra le parti sociali
COSA PREVEDE LA LEGGE ITALIANA SUL SALARIO MINIMO
Attualmente in Italia non è in vigore alcuna legge nazionale, né regionale, sul salario minimo. Anche se in ballo ci sono diversi interventi normativi sulla tutela dei lavoratori, nonché la recente norma sulla parità salariale di fatto il fenomeno working poors è ben lontano dall’essere disciplinato. Dobbiamo però sottolineare che alcuni tentativi in tal senso sono stati fatti. Basti pensare al Jobs Act.
COSA PENSIAMO NOI DI CUORE
Secondo noi nessun aumento retributivo può essere tollerato al di fuori della contrattazione collettiva senza che prima venga rivista in generale la fiscalità a carico delle famiglie datrici di lavoro domestico introducendo in primis la deduzione del costo,
il Lavoro di Colf Badanti e Baby Sitter viene spesso preso come modello tra le attività mal retribuite quelle che non arrivano alla dibattuta soglia dei 9 Euro .Accanto ai domestici si parla di lavoratori stagionali impiegati nei campi o di quelli che si occupano di vigilanza privata.
Si affianca cioè l’assistenza svolta in casa , a quella di lavoratori assunti da vere e proprie aziende. E questo ovviamente senza contare che da una lato ci sono vere e proprie aziende dall’ altro famiglie.
Persone non imprenditori responsabili di veri e propri rapporti di lavoro con annesse incombenze burocratiche ed economiche ma che tuttavia non hanno diritto ad ottenere le stesse agevolazioni date alle imprese a cominciare dalla totale deduzione del costo del lavoro.
Ecco perché prendere come modello di riferimento del lavoro povero il settore domestico farebbe ricadere sulle famiglie una situazione insostenibile senza una riforma fiscale a loro dedicata.
Le ricadute che l’eventuale applicazione di un salario minimo orario di 9 euro lordi potrebbe generare sul comparto domestico sono tanto prevedibili quanto catastrofiche: insostenibilità del costo a carico delle famiglie; incremento smisurato del lavoro irregolare, già fanalino di coda (le stime parlano di 6 domestici su 10 senza contratto). Gli aumenti più consistenti si avrebbero per i rapporti in regime di convivenza. Qui, infatti, la retribuzione oraria stabilita dal Ccnl è più bassa rispetto a quella prevista per i lavoratori ad ore, poiché questa si integra con il vitto e l’alloggio forniti dal datore. In entrambi i casi, però, i contributi previdenziali vengono calcolati e versati su base oraria.
Evidentemente
consapevole dell’atipicità del settore domestico rispetto ad altre realtà, il
Legislatore ha fortunatamente già previsto un regime particolare per il
comparto di colf, badanti e baby sitter relativamente al salario minimo (PdL n° 1275 depositata alla Camera dei Deputati),
rimandando ad un regolamento da adottare mediante decreto del Ministro del
lavoro.
Le ricadute che l’eventuale applicazione di un salario minimo orario di 9 euro lordi potrebbe generare sul comparto domestico sono tanto prevedibili quanto catastrofiche: insostenibilità del costo a carico delle famiglie; incremento smisurato del lavoro irregolare, già fanalino di coda (le stime parlano di 6 domestici su 10 senza contratto). Gli aumenti più consistenti si avrebbero per i rapporti in regime di convivenza. Qui, infatti, la retribuzione oraria stabilita dal Ccnl è più bassa rispetto a quella prevista per i lavoratori ad ore, poiché questa si integra con il vitto e l’alloggio forniti dal datore. In entrambi i casi, però, i contributi previdenziali vengono calcolati e versati su base oraria.
Ma vediamo qualche esempio
Con una retribuzione oraria di 9 euro lordi, dovendo svolgere complessivamente 54
ore settimanali di lavoro, una colf generica polifunzionale convivente (livello
B), arriverebbe a percepire 2106 euro al mese a fronte di uno stipendio mensile
attuale di 922,98 euro, con un incremento del 128%. Nel caso delle baby sitter
(livello Bs) l’aumento a carico del datore sarebbe pari al 113% mentre per una
badante si arriverebbe ad un incremento del 87,90%.
Tutto
questo senza contare le famiglie sono già state messe a dura prova dalla
stangata sulle retribuzioni del personale domestico scattata da gennaio 2023
per effetto dell’inflazione che, con grande probabilità, genererà un nuovo incremento anche per l’anno 2024.
Ecco
perché riteniamo che nessun aumento retributivo possa essere tollerato se al di
fuori della contrattazione collettiva, senza che prima venga rivista la
fiscalità generale a carico delle famiglie datrici di lavoro domestico,
introducendo in primis la totale deduzione del costo. Una best practice da
prendere come riferimento potrebbe essere quella del modello francese dove,
anche in presenza di un salario minimo garantito per legge, i costi a carico
delle famiglie sono più che dimezzati grazie ad una compartecipazione diretta
alla spesa da parte dello Stato e ad un articolato sistema di aiuti come assegni,
esoneri contributivi e credito d’imposta.
